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 LORE PRINCIPALE - L'ISOLA DI AETERNUM

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Gilthanas
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Gilthanas

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MessaggioTitolo: LORE PRINCIPALE - L'ISOLA DI AETERNUM   LORE PRINCIPALE - L'ISOLA DI AETERNUM EmptyDom 11 Apr - 10:21

Diario di Vanadis giorno dell'equinozio di primavera

Scrivo da una camera presa in affitto in quello che viene chiamato, regione di Prima Luce. Sono passati circa venti giorni da quando la mia nave è naufragata in quest'isola ostile. Il resto dell'equipaggio è disperso. La nave su cui era Melusine è sparita improvvisamente all'orizzonte. Ero quasi riuscita a raggiungerla prima che partisse ma il quartermastro non ha voluto saperne e mi sono lasciata convincere a salire sulla goletta che l'avrebbe affiancata nella traversata.
Tutto filava liscio sino a quando il cielo è divenuto improvvisamente cupo. Strano visto che non erano avvistate nubi all'orizzonte. La mia preoccupazione era fondata visto che, una volta dentro quelle strane nubi, la visibilità è scesa al punto da non scorgere i lineamenti delle persone a prua. Pareva di essere stati avvolti in una coltre di fumo dall'odore come di sangue bruciato che ti stringeva in una morsa di energia potente ma terrificante.
Impossibile scorgere le altre navi, compresa la Blu Zaffiro, la nave su cui ha navigato Melusine. Chissà se mi ha intravista mentre le urlavo dal molo mentre prendeva il largo. Non ne sono certa. Chissà se ce l'ha fatta, temo il peggio.
E' avvenuto tutto molto in fretta: un fragore impressionante ha colpito la coperta della nave accendendo un incendio che pericolosamente si stava muovendo verso la santabarbara. In pochi attimi mi sono ritrovata catapultata in mare a seguito di una tremenda esplosione. Ho arrancato verso la riva e stremata ho raccolto la spada di un soldato morente per difendermi dall'attacco di un uomo putrefatto che mi voleva assalire. Lo scenario attorno a me era irreale: decine di relitti tra vascelli, golette e velieri arenate in quella baia, urla di dolore che provenivano da gente smembrata e ferita. E poi c'erano questi esseri, vestiti di cenci, privi di anima che si cibavano della stessa carne dei morti.
Sono riuscita a raggiungere un piccolo accampamento dove ho potuto scaldarmi e mi sono state date indicazioni verso la cittadina più vicina. Ho chiesto alle persone che incontravo spiegazioni ma ancora non riesco a capire un granchè. Parlano di azoth, parlano di vita eterna, di energia che ti corrompe. Troppe cose al momento. Gilthanas aveva parlato già nella sua missiva di questo Azoth e questo mi fa ben sperare: forse sono arrivata in anticipo dove ci aveva chiesto di radunarci. Il punto ora è che vorrei avvertire lui e tutti coloro che hanno ricevuto come me la sua lettera dell'enorme pericolo a cui vanno incontro. Da quello che ho visto non si tratta di incidenti casuali: le navi vengono attirate in qualche modo e inesorabilmente e rovinosamente finiscono sulla costa. E' questa tempesta di energia che causa tutto. Ora la mia missione è innanzitutto accertarmi che Melusine sia ancora viva da qualche parte. Non so ancora come muovermi ma appena riprese le forze cercherò di fabbricarmi un'arma e perlustrare la zona. A quanto pare l'isola non è piccola e ci sono molti altri insediamenti. Chissà forse è finita da qualche altra parte.
Cercherò di non addentrarmi troppo nell'entroterra cercando di scorgere altre navi in arrivo. Sono certa che a rispondere all'appello di Gilthanas saranno stati in tanti e spero riusciranno ad arrivare qui. Mi sento impotente. Non posso avvertire i miei amici. L'unica cosa che posso fare è cercare di capire come funzionano qui le cose. Provare a preparare qualche scorta e avvertire tutti gli abitanti di darmi notizia di nuovi arrivi.
Continuerò a scrivere pagine di questo diario e le lascerò in giro nella speranza che vengano trovate da chi è qui per il mio stesso motivo.

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MessaggioTitolo: Re: LORE PRINCIPALE - L'ISOLA DI AETERNUM   LORE PRINCIPALE - L'ISOLA DI AETERNUM EmptyMar 20 Apr - 20:09

Sono trascorsi circa 7 giorni dal mio arrivo. Purtroppo ancora non sono riuscita a trovare nessuno dei miei compagni ma sono certa che sia solo questione di tempo.  Quest'isola non è così piccola ed io sono sbarcata nella zona meridionale ad est. Il territorio  si estende sino ad una zona impervia a nord molto temuta dagli abitanti del posto. Difficile immaginarlo vedendo quanto verdeggiante e rigogliosa sembra apparire questa terra. Non mi sono ancora allontanata dall'insediamento ma sembra immerso in un'enorme foresta che si sviluppa all'infinito.
Sono riuscita ad ottenere dal locandiere alcune cartografie dell'isola e ho pensato di utilizzarle per scriverci sopra. In questo modo sul retro di questi messaggi sarà facile orientarsi e riuscire a ritrovarci.
La situazione politica qui non è semplice. Vi è l'interesse comune di dominare il territorio per garantirsi il controllo di questa forma di energia chiamata hazoth. Ogni insediamento infatti ha un vero e proprio governatore che definisce obiettivi, tasse e controlla militarmente la regione.
A quanto ho appreso i governatori appartengono a diverse fazioni politiche: in questo momento mi trovo nella regione chiamata "Prima Luce" che è governata da una fazione chiamata 'il Patto' che si fonda su principi di giustizia, regole i cui componenti si sentono eletti sventolando stendardi giallo oro.
Ne ho contate altre due per ora: una chiamata l'Unione dallo stendardo viola e l'altra chiamata dei Predoni che si dipingono anche il viso di verde. L'Unione crede nella scienza come forma di controllo totale, è per questo che aspirano a controllare la fonte dell'Azoth che non porrebbe più alcun limite alle loro alchimie. I Predoni invece sono invece tutto il resto: anarchici, ex-pirati, spiriti liberi che aspirano alla ricchezza e che per raggiungerla non si fermerebbero davanti a nulla.
Questi tre gruppi sono perennemente in guerra tra loro ed in maniera costante si affrontano per il predominio. Per ora questa zona sembra tranquilla ma mi hanno riferito che poco tempo fa era sotto il controllo dell'Unione e temono che una ritorsione prima o poi si verificherà.  Per ora cercherò di far trascorrere il tempo con un profilo basso. Sino a quando non ritroverò le Lance non voglio espormi in alcun modo o far correre alcun rischio a chi giungerà, poi vedremo il da farsi.  Forza ragazzi, vi sto aspettando.

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MessaggioTitolo: Re: LORE PRINCIPALE - L'ISOLA DI AETERNUM   LORE PRINCIPALE - L'ISOLA DI AETERNUM EmptyMer 21 Apr - 20:36

Un corno risuonò nella valle. Improvvisamente forti esplosioni di cannoni iniziarono a rimbombare in lontananza accompagnate dall'eco dei moschetti. Vanadis si affacciò dalla piccola finestra della sua stanza e vide un tumultuoso brulicare di gente riversata per la strada che correva: donne e bambini venivano invitati ad entrare nelle case e a barricarsi velocemente. Gente armata che portava il sigillo del patto che impartiva ordini militari urlando. Altri corni risuonarono nella cittadina e tutti i non-civili presero a prepararsi alla battaglia. Vanadis venne colta da un improvviso senso di disagio: non era il suo esercito, non conosceva nessuno li nè nessuno conosceva lei, ma le era impossibile ignorare i volti impauriti degli abitanti inermi. Prese l'arco e la faretra appesi al muro e corse giù per le scale. In un attimo si ritrovò nel mezzo della folla. Volse lo sguardo verso la direzione opposta alle persone che correvano e vide all'orizzonte una coltre di polvere da sparo ed  intravide il luccichio delle armi di un folto gruppo di guerrieri o aspiranti tali che sventolavano uno stendardo viola.
"Vogliono prendersi la città!" gridò un uomo barbuto e corpulento con addosso un grembiule di cuoio da fabbro. "Che Dio ci protegga" e dicendo questo prese il grosso martello dal tavolo della fucina brandendolo minacciosamente con due mani.
"All'armi! All'armi" intanto gridavano dalle torri le vedette. "cinquanta uomini, Unione, cinque cannoni!"
A quelle parole quello che appariva come un comandante in capo o governatore urlò:
"Più veloci! In salvaguardia le famiglie, presto! Arcieri sui tetti! Indossate le armature! Preparate i barili di polvere da sparo! Chi può combattere si prepari a difendere!" poi il suo sguardo per un istante sfiorò quello di Vanadis indugiando come per sollecitarla ad una reazione.
Dopo un attimo di smarrimento, quasi senza pensarci troppo si coprì il viso con uno scialle e si tirò il cappuccio sulla testa per proteggere la vista dal taglio del sole come da arciere esperto, si voltò e si inerpicò sulla tettoia più vicina. Si mise in posizione di tiro verso la strada principale di accesso. I cannoni mobili degli invasori continuarono lentamente ad avvicinarsi inesorabili. In poco tempo le palizzate in legno furono a portata. Il fragore delle schegge che esplodevano all'impatto fecero subito intuire quanto poco efficaci sarebbero state per la difesa. L'esercito del patto aveva avuto giusto il tempo di organizzarsi e il comandante diede ordine di utilizzare le porte laterali per provare un accerchiamento a tenaglia. I soldati più corazzati si piazzarono subito dietro la palizzata in attesa. Vanadis seguì la scena e decise di non restare immobile su quella tettoia ma di seguire il manipolo di soldati leggeri che si muoveva verso est. Scrutò la fucina e vide un'accetta da guerra appesa. Rotolò sulla strada e la afferrò.
"La prendo in prestito!" disse al fabbro che la stava guardando e che annuì senza rispondere. E facendo questo corse verso l'esterno.
L'unione aveva organizzato l'attacco con buona organizzazione: soldati con armature pesanti armati di spade e scudi, grandi asce e martelli da guerra erano in prima fila davanti ai cannoni mobili che sparavano alle loro spalle. Avanzavano quasi all'unisono con passo moderatamente lento. Probabilmente attendevano che i cannoni avessero finito il loro compito: sfondare il cancello principale. Ai lati altri guerrieri più leggeri ed al centro, protetti dal fuoco nemico figure più eccentriche e probabilmente magiche che impugnavano bastoni luminescenti che sprigionavano colori arcani. Avevano quindi il tipico assetto compatto che così spesso gli stessi Dragonlances avevano tenuto in tantissime battaglie. Vanadis conosceva così bene quella formazione che ne conosceva anche i punti deboli alla perfezione. Fu così che decise di inoltrarsi nella boscaglia avanzando rapidamente e lasciandosi il resto del gruppo alle spalle. Quella non era la sua guerra, non ancora forse, ma in una guerra non ci sono mai regole e non le avrebbero certo chiesto i documenti prima di ucciderla. Corse cercando di non farsi scorgere sfruttando il fragore dei cannoni e il fitto del bosco per superare l'esercito nemico. La sua era una certezza: quel tipo di formazione non va affrontata di fronte ma bisogna superarla e colpirla dal retro. Nessun esercito prevede protezioni. Tutta l'artiglieria pesante è davanti e la sua azione avrebbe potuto rallentarli  o comunque favorire poi l'attacco laterale. Certo era sola e la sua unica arma non poteva che essere che l'effetto sorpresa. Non poteva certo fare molto altro. Non appena si rese conto di aver superato l'esercito si nascose dietro un cespuglio e strizzò gli occhi per mettere a fuoco il suo obiettivo.
Era come pensava. Alle spalle non avevano previsto difese. C'erano dei giovani che aiutavano nelle operazioni di carica della polvere da sparo e che con dei carri trasportavano i relativi barili. Ecco, quello era il suo obiettivo. Se fosse riuscita ad accendere anche uno solo di quei carri sarebbe riuscita in ciò che poteva fornire quel vantaggio sufficiente alla difesa di intervenire.
Risultava evidente la differenza sostanziale di tre tipologie di soldati. I primi, i pesanti che indossavano elmi, corpetti, guantiere e calzari di metallo. Talvolta avevano anche maschere di acciaio in viso. Tipicamente usate per incutere timore o comunque per nascondere le espressioni del viso. Poi vi erano i soldati più leggeri dotati di protezioni di cuoio e poi vi erano coloro che affidavano la propria protezione alle arti magiche che non indossavano praticamente alcuna protezione. Il motivo era assai conosciuto: la magia subisce diminuzioni di intensità se il corpo dell'incantatore trova ostacoli. Tanto meno ostacoli trova la magia, tanto maggiore potrà essere la relativa canalizzazione di forze.
Il cancello cedette ed un coro impetuoso di urla provenne dal fumo dell'impatto con i soldati del Patto che corsero urlando verso l'Unione. Nello stesso istante il fronte dell'Unione prese a correre verso di loro. Lo scontro frontale stava per giungere. In quel momento Vanadis si posizionò, tirò la corda dell'arco cercando di prendere la mira e colpire il cannoniere che stava per far esplodere un nuovo colpo. La freccia venne scoccata e colpì la gamba del soldato che cadde urlando. La sua torcia venne raccolta da un giovane che puntò il dito verso la sua direzione. Altre frecce partirono poco prima di lei: erano il gruppo del Patto che stava fiancheggiando l'esercito poco prima di lei. Erano entrati tutti in azione. Un fragore di spade e armature vibrò all'impatto dei due eserciti pesanti.
Vanadis ricaricò l'arco e provò a colpire l'altro cannoniere. Puntò anche questa volta verso le sue gambe. Voleva bloccarlo non ucciderlo. Ma in quel momento sentì un massiccio colpo alla mascella che le fece perdere l'equilibrio e che la fece cadere rovinosamente di lato perdendo la presa sull'arco che balzò per terra. Per l'intensità del dolore la sua vista si annebbiò. Era stata assalita e non aveva previsto un appostamento. Rotolò velocemente per allontanarsi e poter prendere fiato. Il dolore alla mascella fu tremendo e un intenso fiotto di sangue le sgorgò dalla bocca. Era in difficoltà e cercò con lo sguardo di studiare il suo aggressore. Vide un soldato con una maschera metallica ed un elmo appariscente venirle incontro. Aveva uno scialle viola legato al braccio ed era armato di un grosso martello. Vanadis provò a rimettersi in equilibrio ed afferrò l'accetta che teneva alla cinta. Il soldato corse verso di lei vibrando il martello sulla testa. Vanadis fece appello a tutte le sue forze per scagliargli contro l'accetta. Ebbe solo un istante per prendere la mira e lanciare vigorosamente l'arma verso il bersaglio. Mirò alla testa ma il colpo finì di taglio coolpendo il braccio destro dell'aggressore. Un gemito metallico si sentì provenire dall'elmo. Il soldato indietreggiò per un istante. Il colpo l'aveva ferito ma non sufficientemente da metterlo fuori combattimento. Lasciò cadere il martello, troppo pesante da brandire con quella ferita,  ed estrasse uno stocco dalla fodera che poteva essere utilizzato con una sola mano. Vanadis però non aveva altre armi se non un sasso ai suoi piedi, una selce che afferrò velocemente. L'aggressore si sentì improvvisamente in vantaggio e si avvicinò in posizione di fioretto verso di lei. Non poteva combattere, era ferita e la mascella le pulsava dal dolore e inoltre era disarmata. Il suo arco era li, poco più avanti di lei ai piedi di un fitto cespuglio. Avrebbe potuto tentare di recuperarlo ma avrebbe aperto il fianco all'avversario rischiando di capitolare. L'unica opzione rimasta non era che la fuga. Con uno scatto fulmineo si spinse nella direzione opposta da cui era venuta. Tuttavia il soldato aveva già intuito le sue mosse e anticipandone il percorso la raggiunse e la sgambettò facendola cadere sulla schiena. Ora Vanadis era a terra e il soldato le bloccò il polso sotto il suo stivale. Puntò la lama sul suo volto e con la punta le scoprì il viso sino a quel momento coperto dallo scialle.
"Uccidimi, falla finita" disse Vanadis con il viso scoperto. Ma in quell'istante il soldato arretrò, lasciò cadere l'arma.
"I-Io, non potevo sapere..." disse nuovamente l'uomo
"Non sapere cosa? Maledetto"
"Io non sapevo che eri tu, avevi il volto coperto" si difese nuovamente il soldato quasi balbettando. E rendendosi conto delle sue parole quasi con colpevolezza si sfilò lentamente l'elmo dalla testa.
Qualche istante di silenzio e Vanadis gridò:
"Ma! Giullare!" ma in quel fare avvertì un dolore lancinante al volto che le ricordò del durissimo colpo ricevuto.
"Mi dispiace! Non sapevo!" rispose Giullare colpevole
"Ma che ci fai schierato in quell'esercito?" domandò severamente Vanadis.
"Non è stata una mia libera decisione, sono sbarcato vicino un loro insediamento, mi hanno aiutato facendomi promettere che avrei restituito il favore ed eccomi qua"
"Questa me la pagherai!" e così dicendo sospirò sdraiandosi sulle foglie.

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Gilthanas
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MessaggioTitolo: Re: LORE PRINCIPALE - L'ISOLA DI AETERNUM   LORE PRINCIPALE - L'ISOLA DI AETERNUM EmptyGio 22 Lug - 10:37

Gilthanas era zuppo e i suoi polmoni pieni di acqua lasciavano passare a stento aria. Aveva dovuto nuotare per svariate miglia per approdare sulla costa di una terra sconosciuta. La spiaggia piena di relitti confermava che chi riusciva ad arrivare sull'isola poi non avrebbe potuto più fare ritorno. Neanche il tempo di riprendere fiato che un essere apparentemente dalle sembianze umane gli si avventò contro. Vestito di cenci logori e con un andamento stentato, urlò sovrastando il fragore delle onde che si infrangevano sulla scogliera maledetta.
Gilthanas riuscì ad evitare il suo primo attacco rotolando sulla sabbia bagnata. L'essere si voltò e lasciò cadere un liquido verdognolo dalla bocca affamata. I suoi occhi sprigionavano una sorta di luce rossastra che sembrava dileguarsi nell'aria. Poco distante dalla riva un soldate esanime con una spada ancora nella guaina attaccata alla cintura. Con una goffa capriola Gilthanas si lanciò sul soldato e estrasse la spada rapidamente accennando ad una difesa incerta: la spada non era mai stato il suo forte. L'essere si lanciò goffamente verso di lui e lo colpì ferendolo alla mano con una zampata.  
Il suo sguardo per un attimo si deviò e vide che sulla riva tutti i sopravvissuti più o meno si trovavano nella stessa situazione: questi esseri erano appositamente in attesa per banchettare con i superstiti. Un ragazzo barbuto con la spada poco distante da lui infilzò allo stomaco il suo aggressore. Appariva più in forza e agile. Vide Gilthanas e si avvicinò verso di lui correndo.
L'essere intanto si stava riavvicinando per sferrare un altro attacco ma il barbuto si intromise e colpì a morte anche questo secondo aggressore.
Gilthanas istantaneamente vomitò tutta l'acqua che aveva ingurgitato.
- Credo tu ne abbia bevuta troppa, uomo; disse il barbuto
- Si, credo proprio di si; rispose Gilthanas
- Comunque io sono Thoradin, piacere di fare la tua conoscenza;
- Gilthanas, Gilthanas dei Dragonlances; rispose
In quel momento gli occhi di Thoradin si illuminarono che con un evidente sorriso disse:
- Io sono qui perchè cercavo i Dragonlances, ho sentito parlare della vostra spedizione e volevo unirmi a voi, così mi sono anche io infilato in una nave e sono ora qui!
- Bene, Thoradin, allora così sia; ti affido il tuo primo compito: trovami una lancia per favore che io e la spada non andiamo d'accordo.
- Certo Gilthanas, provvedo subito! Dentro quel relitto laggù ho trovato armi e vestiti. Vieni con me che una lancia la troveremo sicuramente.
I due si diressero verso il posto indicato, Thoradin trovò una lancia da pescatore, la porse a Gilthanas che la afferrò, la fece roteare di due giri e simulò un affondo:
- per iniziare può andare, grazie;

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Gilthanas, capo delle Lance

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erlucius90

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MessaggioTitolo: Re: LORE PRINCIPALE - L'ISOLA DI AETERNUM   LORE PRINCIPALE - L'ISOLA DI AETERNUM EmptyMar 21 Set - 23:07

Quella notte il porto era caotico, frenetico e irrazionalmente agitato;
I movimenti lungo la via della banchina non seguivano alcun flusso, erano scostanti e sgraziati.
Una densa coltre di fumo cinereo avvolse completamente l’area in un manto ombroso. Giungeva dal promontorio oltre le mura, abbassandosi per toccare i tetti del distretto commerciale, sino ad impregnare i ciottoli di pietra dei vicoli irregolari dell’area portuaria. Solo una volta giunta all’ampia via della banchina di ormeggio, questa si librava nuovamente nell’aria, disperdendosi leggiadra come le soffici correnti salmastre che accarezzavano gli scafi delle navi scalpitanti come puledri, ansiose di cavalcare le maree oltre l’orizzonte scrutabile.

Dal ponte della Atheras, Lyv era spettatrice di un triplice palcoscenico.
La ragazza era giovane, dimostrava al massimo vent’anni; alta 169 cm, snella, dalla pelle di un color rosa pallido e con occhi e capelli castani con riflessi arancio e un taglio a caschetto con una frangia unita che copriva interamente la fronte.
Per primo, il suo sguardo volò con rabbia oltre la coltre, oltre la città, verso quel bagliore luminescente che con veemenza continuava a sputare cenere. Anche se non fisicamente, riusciva a vedere il grande stendardo della casata, da decenni a cornice del portone della tenuta ducale, dissolversi in mille lembi di tessuto carbonizzato che, di lì a breve, sarebbero stati trasportati dalle correnti proprio verso di lei. In lontananza, le campane del complesso echeggiavano ancora, scandendo ritmicamente il loro battito sofferente; molto presto, il silenzio sarebbe calato nella tenuta, e nessuno poteva fare nulla a riguardo. Conscia della propria impotenza, Lyv semplicemente accompagnava con lo sguardo gli ultimi gemiti della creatura che da sempre la aveva nutrita e protetta.
Ora, i suoi occhi volgevano leggermente verso l’alto, ricercando e seguendo con sofferenza l’ombroso velo fuligginoso che strisciava verso sud. Il bagliore delle fiamme che spezzavano la tenuta ducale era completamente svanito, tramutando il corpo gassoso in un gigante notturno all’interno dei cui veli lo sguardo della ragazza si perdeva. Immaginava il soffice letto piumato con base in legno che la aveva cullata sin da piccola ed accompagnata durante le notti di più profondo ed intimo piacere; immaginava il salone da pranzo principale, rettangolare tanto quanto il lungo tavolo che squarciava il tappeto di seta rosso su cui poggiava le gambe, imbandito coi più prelibati piatti del nord; immaginava la forgia scoppiettante, che mai aveva visto spenta, e l’annesso cortile di addestramento, il cui terriccio misto ghiaia avea più e più volte saggiato sia con le suole, sia col viso.
Come la coltre ombrosa giungeva tra i vicoli irregolari dei distretti cittadini, tutti questi luoghi venivano poi conditi dai sussurri e dagli schiamazzi dei loro abitanti, colorando l’atmosfera d’un mistico arcobaleno vitale. Torce, lumi e lanterne dei residenti in preda al panico creavano un concerto di luci danzanti che si destreggiavano in movimenti bruschi e repentini alternati a piccoli moti furtivi e silenziosi; luci che si incontravano, piroettavano e si lasciavano ad un ballo d’inverno diretto dai singhiozzi di coloro che faticavano a respirare e dagli scricchiolii delle ruote dei carri che inciampavano rapidamente tra un ciottolo e l’altro. Lo sguardo della ragazza viaggiava da lume a lume, alla ricerca di un fattore comune, un volto noto che, come lei, era sfuggito alla purga, senza alcun successo.
E il suo sguardo ora volgeva proprio sotto alla sua posizione, scrutando dall’alto del ponte della nave persone di ogni genere ed età che si scontravano continuamente in mezzo alla strada, spesso rovesciando al suolo quei pochi effetti personali di valore che avevano frettolosamente raccolto in borse, zaini o tasche da cintura. I suoi occhi riflettevano il puro caos, la trasfigurazione dell’istinto primordiale di sopravvivenza umana di fronte alla minaccia di una inquisizione che di santo aveva solamente il fanatismo clericale verso quel Dio che poteva, e doveva, essere l’unico. Laddove gli eretici predicavano la strumentalizzazione di un padre onnisciente mai esistito come arma di influenza e controllo di massa, la chiesa era tornata a rispondere utilizzando i vecchi metodi medioevali, dando nuovamente luogo ad una crociata volta alla completa eradicazione degli infedeli, eretici, di maghi e streghe.
Restava poco tempo prima dell’arrivo delle cappe per le vie della banchina, e la folla si dimenava come se già si trovasse dinnanzi al patibolo, pronta ad una esecuzione massiva sotto a chissà quale vano pretesto di accusa nei loro confronti. A differenza di Lyv, gli occhi dei molteplici passanti erano completamente vacui ed abbandonati al terrore; questi non riflettevano nemmeno le forme di coloro contro cui i loro corpi si scontravano, ma puntavano unicamente verso la fine di un tunnel che avrebbe, almeno nel loro inconscio, garantito la salvezza dagli orrori di quella notte.

La Atheras era un nome noto tra i mari del golfo: veterana di centinaia di battaglie, la nave da guerra era stata solo di recente assegnata a compiti di esplorazione, con lo scopo di tracciare nuove rotte marittime ed ottenerne l’egemonia commerciale. Sembrava un compito ben più facile di quanto la chiglia avesse dovuto sopportare per anni, ma tutto era improvvisamente cambiato con la scoperta del “nuovo mondo”. In pochi giorni, il comandante Jane Vyrsall era inevitabilmente, ed inesorabilmente, stata trascinata all’interno della “Spirale dell’Azoth”: Lords, Generali, Conti, Duchi, ogni forza politica di conto aveva puntato il proprio sguardo avido verso le sponde ignote dell’isola di Aeternum, in brama di tutte le ricchezze e di tutte le leggende di cui il luogo era misteriosamente colmo. Voci di sentina volevano che perfino un’imperatrice fosse fortuitamente sbarcata nel nuovo mondo, terra da lei chiamata “Eden”.
La nave era tanto agitata quanto le vie cittadine, anche se in modo più ordinato. I mozzi correvano da prua a poppa armati di secchio, scopa e strofinacci per ripulire quanto più possibile i locali sottocoperta e preparare le cabine per tutti i nuovi ospiti improvvisi;
I marinai si dispiegavano lungo tutta la superficie della nave: alcuni preparavano il ponte al lungo viaggio che lo attendeva, altri mettevano in sicurezza le murate della nave; c’era chi rinforzava il castello, chi il cassero e chi si arrampicava in cima all’albero di mezza, al bompresso e al pennone, pronto a spiegare le vele al comando.
Tutta questa frenesia aveva assorbito completamente il ticchettio metallico dell’armatura di piastre, ancora sporca e macchiata dallo scontro alla tenuta, che Sinphony ancora indossava mentre si avvicinava a Lyv.
“La cabina è sicura, la nave salperà tra qualche minuto.”
Il cavaliere caucasico era più vecchio della ragazza: sui trenta, alto 178 cm, dalla corporatura media, occhi e capelli castano scuri. Il taglio dei capelli rimandava ad una rasatura laterale con capelli superiori di media lunghezza raccolti in un bun, tuttavia si presentavano sul ponte della nave in uno stato pietoso, vittime di uno scontro prolungato.
Il freddo guanto d’arme toccò la pallida mano sinistra della ragazza, stretta così forte al parapetto da sembrare in procinto di spezzarlo in due da un momento all’altro.
“La Vie du Monde è finita”, replicò la ragazza senza voltarsi verso il suo interlocutore, “perduta per sempre.” L’espressione della donna si faceva sempre più cupa e rabbiosa mentre parlava. “E tutto per colpa loro.”
Lo sguardo di Sinphony volgeva ora verso la tenuta al promontorio, apparentemente scrutando ben oltre quanto il vivido ricordo della sua compagna ricreava nella mente.
“Non lasciare che sia solo il tuo animo a cadere, Lyv. Nulla è cambiato realmente.”
Un impeto d’ira faceva ruotare il corpo della ragazza con tale veemenza da soffiare sui lati i ciuffi rappezzati dalla fronte dell’uomo: “Come puoi dire una cosa simile!?” sbraitava, per poi ricomporsi solo parzialmente: “Avevamo finalmente trovato la pista giusta, la storia stava finalmente formandosi e probabilmente quei reperti erano gli ultimi lasciti non reclamati dalla Chiesa! Se il fato ci arride, le fiamme lasceranno solo cenere per le loro avide mani, e non avranno accesso alle scoperte che avevamo così duramente conquistato sulla Successione!”
Il capo di Lyv chinava lentamente verso il basso, a fissare i palmi delle proprie mani limpide: “A noi ora non rimane più nulla di quelle ricerche, dovremo ricominciare tutto daccapo…”
Il braccio destro di Sinphony si allungava sino a toccare il mento della ragazza, sollevando il volto abbastanza da incrociare nuovamente i suoi occhi castani:
“Che la Chiesa recuperi gli archivi, li studi, li conserva e che sfrutti anche i loro decantati ‘Eretici’ per provarli. L’esito rimane lo stesso che era prima, che è tuttora e che sarà nell’indomani.”
Mentre lo sguardo di Lyv si faceva perplesso e interrogatorio, Sinphony avanzava oltre lei, sino a quasi toccare il parapetto:
“I falsi profeti giocano un gioco che non gli appartiene. La maggior parte di loro accetta con compiacenza quella conoscenza come una semplice verità da plasmare secondo un fine.
Non sono pastori ma pecore, governate dalla stessa paura dell’impotenza che infliggono a coloro che reputano come non sostenitori della propria fede. Bandiscono la vita dopo la morte come blasfemia, eppure la riconoscono come atto divino della provvidenza e cercano di ottenere quello stesso potere con la forza. Non sono altro che mendicanti che desiderano l’oscurità. Chi brama l’oscurità non può controllarla.”
Il cavaliere allungava entrambe le braccia in direzione della tenuta, come una madre in procinto di abbracciare per la prima volta il proprio pargolo in fasce:
“Brucia la dimora d’un tempo passato
Che i nostri lembi alla provvidenza ha donato;
Si aprono le porte della terra degli dèi
E la verità non più sarà solo un mito sognato.”
Sinphony si girava nuovamente verso Lyv, porgendole infine le mani sui fianchi:
“Stai guardando nella direzione errata; Troppo a lungo i tuoi occhi si sono soffermati sul passato, è ora di puntare oltre l’orizzonte, verso quello stesso Eden che abbiamo a lungo ricercato. Quella sarà la nostra nuova dimora.”

Al grido del comandante, le ancore venivano levate e le vele spiegate. La Atheras dondolava gioiosa tra un’onda e l’altra, seminando il porto alle sue spalle con grande agilità. I movimenti della ciurma erano perfettamente scanditi e il comandante ben presto si allontanava dal timone per dirigersi nel cargo stiva. Jane Vyrsall era una donna robusta dalla tonalità abbronzata; venticinque anni, aveva lunghi capelli corvini mossi che le cadevano da tutti i lati, ed una larga fascia ciano che avvolgeva la fronte e tratteneva buona parte dei ciuffi oltre la linea della fronte. I suoi grandi occhi scuri erano contornati da una fitta rete di lentiggini che copriva la parte superiore del naso e delle guance.
Il locale era debolmente illuminato dalle lanterne che penzolavano appese alle reti fissanti; gli avventori del nuovo mondo utilizzavano perlopiù casse squadrate come tavoli per mangiare, bere e sfidare la sorte ai dadi. Provenivano tutti da stendardi diversi, da ceti opposti e famiglie quanto più dissimili, tuttavia l’atmosfera era permeata di una profonda armonia e il morale era alle stelle. Bastava attendere qualche ora per sentirli intonare canti goliardici e propiziatori, e solo dopo alcune ore, infine, gli avventurieri si confrontavano sugli impulsi che li avevano spinti verso le ignote spiagge.
“Ricchezza! Potere! Vita eterna!” abbaiavano spesso in coro, “dimenticate tutte le angherie che avete sofferto! Non esiste più il potere oppressivo che vi demanda l’inferno per pochi franchi! Qui ed ora, siamo confratelli! Pirati alla conquista della nostra meritata libertà!”.
Solo in pochi rimanevano silenti, in attesa del momento giusto per replicare: “Frena i tuoi impulsi, compagno” asserì un uomo corpulento, “Non sappiamo nulla di ciò che ci attende una volta giunti alle nuove sponde. Le leggende narrano di tesori e ricchezze oltre alla morte, tuttavia non abbiamo alcuna conoscenza dei veri pericoli che si celano nell’isola.”
“Poco importa! Qui dentro vogliamo tutti la stessa cosa, no? Uniti, sorpasseremo qualsiasi ostacolo, sino ad ottenere la vita eterna!”
“E dicci, nobile predone” rispondeva Sinphony, “sotto quale degli stendardi intendete prestare giuramento?”. Gli sguardi dei presenti volgevano improvvisamente tutti in direzione del questionato, mentre il cavaliere, ora privo delle protezioni, si destava dalla seduta e lo avvicinava: “La vostra anima anela il potere e la ricchezza. Ed il vostro corpo come intende perseguire tale fine? Ricercherete le mistiche verità di El Dorado? Affronterete in prima linea ogni nemico all’egemonia del potere che cercate? Oppure fate parte dei banditori della fede?”
L’avventuriero comprendeva solo ora il sottile filo che intrecciava la risposta a tale bivio con una chiara presa di posizione a discapito, come minimo, della metà dei presenti nella stiva.
“E voi invece?” replicava un uomo di mezza età dai capelli brizzolati in penombra, “Quale parte prenderete in questa caccia al tesoro?”. Sinphony si voltava con pacata grazia per osservarlo durante il dialogo: “Sottile è il confine che separa chi rivendica il potere come strumento divino esclusivo da coloro che, ingordamente, lo sfruttano per fagocitare il prossimo con la forza. Come le pecore, desiderate un potere che non potete controllare. La vera ascensione. La Successione. Postulati noti in passato come il Sacro Graal, la Scintilla Primordiale, Il Grimorio Supremo; figure immaginarie che, prive di una conoscenza accurata, venivano create su misura per manifestare l’egemonia delle proprie convinzioni; strumenti che, se male interpretati, si trasformavano in Vasi di Pandora che guidavano la civiltà verso la sua inesorabile estinzione. Tutto questo è Aeternum. Vi gettate alla cieca verso una reliquia tanto santa nelle sue promesse, quanto nefasta nei suoi malefici. Solo tramite la conoscenza degli dèi ed il controllo dei riti arcani sarà realmente possibile realizzare la Successione. Questo è il mio eterno giuramento.”
L’uomo di mezza età si avvicinava al cavaliere; ora illuminato, dimostrava una corporatura ben definita nonostante l’età. “Voi siete un folle. Non ho idea se sia filantropia, fanatismo o filosofia a guidarvi, e sinceramente non mi interessa.” L’uomo zampettava a destra e sinistra, come un pendolo che seguiva un moto accelerato: “Ma se la vostra conoscenza può condurmi ai segreti delle nobili arti della guerra e della creazione, allora potete considerarmi come vostro amico”. Il corpo dell’uomo si arrestava improvvisamente, mentre il suo braccio protendeva in avanti, col palmo aperto: “Sono Flamy”. Sinphony rifletteva per qualche momento, salvo poi stringere la mano al vecchio e rispondergli semplicemente col proprio nome.

Dopo alcune rotazioni solari, il viaggio verso il nuovo orizzonte si rivelava essere un lento ed inevitabile declino per la follia. Giorni di torrida secca avevano per primi messo alla prova la resistenza fisica degli avventurieri, solo per poi venir sostituiti da violente tempeste. Ogni vertebra della Atheras tremava e scricchiolava mentre la prua singhiozzava contro i riccioli dell’oceano, prima di arrampicarsi per svariati metri verso l’alto e ricadere con violenza oltre le titaniche onde furenti. L’abilità di Jane Vyrsall era indiscussa: prendeva il timone durante ogni intemperia, eseguendo manovre al limite dell’impossibile. La nave comunque subiva degli strappi occasionali, imbarcando acqua dalle forature occasionali, ma la ciurma si dimostrava pronta a reagire, tamponando il problema con abile destrezza.
La capacità di reazione ai pericoli dei mari, tuttavia, non poteva soprassedere all’incapacità di poter cacciare o pescare pesci e rifornire le cucine; ogni membro presente sulla nave, ben presto, soffriva la fame per via dell’eccessivo, seppur necessario, razionamento delle provviste. Laddove alcuni, tra cui Sinphony, Lyv e Flamy, manifestavano una possente volontà, altri iniziavano a dubitare del viaggio e di Aeternum. I nemici si moltiplicavano ad ogni istante che passava, ed il comandante decise di dichiarare per tutti coloro che non appartenevano alla ciurma l’isolamento forzato sino a destinazione raggiunta.
Chiusi all’interno delle proprie cabine, il conteggio delle ore e dei giorni era ormai impossibile; Nessuno sapeva quanto tempo fosse trascorso sino al momento in cui, come un miracolo improvviso, la campanella iniziava a strimpellare ferocemente, accompagnata da una serie regolare di urla che inneggiavano alla “Terra!”. La Atheras puntava verso una nebulosa tempestosa, nera quanto l’oscurità più profonda, oltre la quale si stagliavano le spiagge e i monti di Aeternum. Inoltrativi coraggiosamente, la nave veniva sbattuta nuovamente contro le onde impetuose, mentre un pericolo letale si affacciava dall’ignoto: quelli che sembravano enormi spuntoni rocciosi di color ossidiana emersero dalle profondità dell’oceano; erano alti dozzine di metri e di diametro non inferiore ai quattro metri ciascuna. Alterati dalle forti correnti tempestose, evitarli era impossibile. Il comandante gridava “Prepararsi all’impatto!” mentre si stringeva quanto più fortemente poteva al timone. La Atheras si schiantò ancora ed ancora, spezzandosi ad ogni urto. Gli alberi furono i primi a cedere, seguiti dalle murate laterali ed infine lo scafo doveva arrendersi al proprio peso e all’acqua che trainava la nave verso l’abisso, piegandosi sino a spezzarsi in due. Impercettibili dall’esterno della tempesta, urla e grida si susseguivano sino all’ultimo gemito della nave, per lasciare infine spazio al silenzio fatale.

Gli occhi di Sinphony si aprivano lentamente, fortemente irritati da una fonte luminosa vicina al suo volto. La voce di Flamy lo cercava mentre si rannicchiava e si metteva seduto: “Ehi Sin, bentornato tra i vivi. Come ti senti? Sei tutto intero?”.
Lo sguardo del cavaliere ora scorgeva un grande falò a pochi passi da lui; i vestiti erano solo lievemente umidi, ma non vi era segno del suo equipaggiamento. Intorno a lui, un gruppo di tre figure che non riconosceva; di certo, non facevano parte dell’equipaggio della Atheras. L’unico volto noto che riconosceva era quello di Flamy.
“Cos’è successo?” chiedeva Sinphony, mentre si massaggiava tutto il corpo.
“A quanto pare siamo affondati, tutti quanti” rispose l’amico, “Questo gruppo di naufraghi ci ha trovati e raccolti dalla spiaggia.”
Il capo del cavaliere ruotava ancora ed ancora, alla disperata ricerca di qualcosa: “Dov’è Lyv!?”
Flamy rimaneva impassibile, mentre un membro del gruppo avvicinava Sin: “Mi dispiace, purtroppo abbiamo trovato solo voi due.”
“Maledizione!” grugniva l’uomo in tutta risposta, “Devo andare subito a cercarla!”
“Aspetta!” ribatteva l’elfo, “E’ notte fonda e la visibilità è scarsa, inoltre sei ferito e non riesci a muoverti bene. Sarebbe un suicidio farlo ora. Riposa sino all’alba, dopodiché possiamo aiutarti a cercarla. Che ne dici?”
Sinphony aveva dovuto trattenersi per ascoltare il suo interlocutore, per decidere alla fine di accettare la sua proposta: “D’accordo…Il mio nome è Sinphony; questi invece è Flamy. Hai la mia gratitudine per averci salvati”.
“L’onore è tutto mio” rispondeva l’elfo, “Il mio nome è GIlthanas, mentre i miei compagni sono Ixias e Zell Dincht”.
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Persefone

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MessaggioTitolo: Re: LORE PRINCIPALE - L'ISOLA DI AETERNUM   LORE PRINCIPALE - L'ISOLA DI AETERNUM EmptyLun 27 Set - 0:00

Una tenue luce vibrava attraverso l’acqua tumultuosa e la corrente scendeva forte a spirale. Persefone veniva trascinata e i suoi sforzi per nuotare verso la luce sembravano inutili. Gli abiti bagnati la appesantivano e la lunga gonna impacciava i movimenti delle gambe… la mancanza di ossigeno era ogni secondo più opprimente e la coscienza l’abbandonava.
… e il naufragar m’è dolce in questo mare …

Persefone si era accomiatata dall’Accademia e da Valencia con una furibonda lite con Amalia. Non avrebbe voluto andarsene così, avrebbe voluto saper mettere insieme un bel discorso di affetto e gratitudine, ma sapeva che le sarebbe morto in  bocca e in tal caso sarebbe rimasta, sarebbe Magister in Accademia e avrebbe rinunciato alla Lancia… e questo non era concepibile. Semplicemente non poteva essere!
Allora con un pretesto futile scatenò la lite con Amalia… con lei era facile, era permalosa quasi quanto lei!
Amalia si accese subito come un cerino, forse anche stranamente troppo in fretta e il tutto si concluse con un “FUORI DI QUI!” e un “ADDIO!” gridati e accompagnati dal suono di una porta che sbatte.
Persefone corse nella sua stanza, il bagaglio era già quasi pronto, doveva solo recuperare alcuni libri. Li prese in fretta dalla scrivania e un pezzo di pergamena cadde sul pavimento. Persefone, incuriosita, lo raccolse.
In fondo ho sempre saputo che non appartenevi a questo posto. Segui il tuo cuore, accetta la sfida, affronta e sconfiggi un drago alla volta! Non ti dimenticherò. Tuum in curae, Amalia
Gli occhi di Persefone luccicarono e il viso si addolcì e un sorriso dolce-amaro apparve.
Valencia è una città nell’entroterra, il mare dista alcuni giorni di viaggio a cavallo, qualcuno in più se si viaggia a dorso di mulo, come nel caso di Persefone. Il mulo in questione si chiamava “BiBì” ed era la bestia da soma più insulsa del continente! Si fermava a brucare ad ogni ciuffo d’erba, non voleva più ripartire e scalciava e disarcionava… il solo lato positivo era che non poteva riprodursi! Buon mulo, ma cattiva bestia!
Tra i calci del mulo e le preghiere per convincerlo a proseguire, finalmente Persefone raggiunse la costa, il panorama sul mare era suggestivo e il villaggio di pescatori che cercava era ormai vicinissimo. Si chiamava Is Mortorius ed era poco più di un borgo di case di legno che si affacciava su una piccola baia incastonata fra le rocce. Era conosciuto come un buon posto per la raccolta dei ricci di mare, ma pochi sapevano che era anche un approdo per i contrabbandieri.
Questo dettaglio poco noto e così attualmente utile per Persefone era venuto da un viandante che aveva curato tra i vicoli di Valencia, pochi giorni prima che il magico falco le consegnasse la chiamata di Gilthanas.

Ricordava con chiarezza quel giorno, era stata chiamata da una sua allieva per curare una decina di balordi reduci da una rissa in una locanda. Tra bende, medicamenti, suture e parecchia pozione per i postumi da sbronza, Persefone  aveva faticato fino a tarda sera e quando, finalmente, credeva di aver finito, raccolse le sue cose e si avviò a passo stanco verso l’Accademia. A soli pochi metri dall’uscio della locanda, nel vicolo che faceva angolo verso il retro dell’edificio, scorse un corpo riverso a terra, a faccia in giù. Era un uomo con lunghi capelli scuri che gli coprivano il volto. Persefone lo raggiunse velocemente e si inginocchio chiamandolo:
“Hey.. HEY! Mi senti? Cosa è successo?”
Nessuna risposta.
Lo scosse, ma non reagì, lo fece rotolare dolcemente sul fianco e vide che aveva un brutto livido sulla fronte e un piccolo taglio.. come se fosse stato colpito con un bastone o qualcosa di simile. Lo sollevò lentamente e lo mise seduto con la schiena appoggiata al muro e, mentre con una mano frugava nel suo borsone alla ricerca dei medicamenti e delle bende, con l’altra tentava di tenergli dritta la testa che ciondolava in avanti. Era sola perché la sua allieva era partita poco prima in direzione dell’Accademia, quindi per tenere ben fermo il malcapitato, decise di sedersi a cavalcioni sulle sue gambe. Persefone era pragmatica, non si formalizzava più di tanto se stava lavorando… ma se Amalia l’avesse vista in quel momento, avrebbe passato un guaio!
Ora che il paziente era ben fermo, per prima cosa prese il balsamo dei sensi e lo passò più volte sotto al suo naso per farlo tornare in sé.. ma non funzionò.
Tentò con un po’ di pozione post-sbornia, ma nemmeno quello funzionò.
Cominciava a temere che la botta in testa fosse stata più forte di quanto sembrasse, ma poi un pensiero la colse “e se la mancanza di sensi derivasse da un danno magico?”
Erano molti gli incantesimi di stordimento e alla sera nelle locande si potevano fare incontri di tutti i tipi, anche i meno raccomandabili.
Un incantesimo di tersione in quel momento, stanca e dopo una giornata del genere, non era proprio invitante, ma non poteva lasciare quel poveretto in quello stato! Prese quindi una sorsata di pozione Mana per rifocillarsi un po’, si concentrò e scandì lentamente “Terseo!”
Una leggera luce bianca emanò dalle sue mani giunte e quando le allontanò la luce diventò una nebbiolina evanescente bianca e verde che cominciò a girare attorno alla testa dell’uomo scendendo dolcemente a spirale fino a terra.
Gli occhi dell’uomo di aprirono e Persefone vide due profondi e tristi occhi verde scuro, ma lo sguardo mutò in un attimo e quei due intensi occhi lampeggiarono di fredda ferocia e una mano scattò sulla gola di Persefone e cominciò a stringere, mentre con l’altra mano le bloccava il braccio libero.
“No.. NO!.. mmmmh… ti prego!!! Stavo…. solo… aiutando…” bofonchiò con un filo di voce.
Persefone tentò di divincolarsi, ma la morsa era forte e lei era provata dall’incantesimo appena pronunciato.
Lo guardò nuovamente in viso, i loro occhi si incontrarono e lui sembrò finalmente recuperare lucidità e intelletto e allentò la presa. Persefone si accasciò tossendo violentemente e, dopo qualche momento, recuperò il fiato e la voce:
“Bel modo di ringraziare!! Ti stavo aiutando!”
Lui la fissò senza rispondere.
“Chi sei? Come ti chiami?”
Lui continuò a guardarla senza rispondere.
“Non credevo che gli incantesimi di stordimento togliessero la parola…” disse sarcastica.
Lui si portò una mano alla fronte, sfiorò il taglio e mormorò “Alla locanda mi chiamavano tutti Reset”
“Reset.. ehmm.. non so se sia stato un piacere incontrarti stasera, ma se prometti di non strozzarmi di nuovo, vorrei pulire quel taglio e poi suppongo che sarei ben lieta di andarmene e non rivederti mai più!”
Reset scosse il capo “No, grazie, è una cosa da poco, probabilmente cadendo stordito avrò sbattuto la fronte di striscio, posso pensarci da solo. In ogni caso, grazie e… ehmm… scusa per la mia reazione. Ora, se tu volessi alzarti dalle mie gambe…” Reset la guardò con un sorrisetto divertito.
Persefone arrossì violentemente e si alzò di scatto.
“Ehmm..” si schiarì la voce “OK-OK. Allora stai bene. Ti saluto!”
Persefone stava raccogliendo le sue cose il più in fretta possibile e lui la fissava:
“Noi ci siamo già visti… ci siamo già  incontrati… “
Persefone rispose secca “Ti sbagli, mi stai sicuramente scambiando con qualcun’altra”
Reset sorrise beffardo “Chissà.. forse hai ragione.. o forse no. In ogni caso fai buon viaggio”
Persefone che si stava già incamminando, si girò e lo guardò perplessa “beh.. non definirei il rientro all’Accademia propriamente un 'viaggio', ma grazie lo stesso. Buon viaggio anche a te e addio!”
“Ma io non parlo del tuo rientro in Accademia. Tu farai un viaggio, un lungo viaggio, attraverserai mari in tempesta e approderai sulle sponde di un nuovo mondo! Ricorda le mie parole e ricordati di un paesino chiamato “Is Mortorius”. Da lì ti imbarcherai per la tua nuova avventura… cerca la caletta dei contrabbandieri. Alkar Echti!”
Persefone lo guardo come se gli fosse spuntata una seconda testa “Sì, certo, come dici tu!”
Due giorni più tardi l’arrivo del falco cambiò la sua vita, e il ricordo del viandante assunse tutt’altro significato…

Is Mortorius era un villaggio decisamente anonimo, un posto perfetto per traffici illeciti. Persefone aveva lasciato il mulo Bibì allo stallo, lo aveva regalato al proprietario e sapeva di non avergli fatto un piacere lasciandogli quella bestia demoniaca!
Camminava fra le case di legno alla ricerca di... non sapeva neanche lei bene cosa… come si trovano i contrabbandieri? Non pensava che chiederlo ai passanti fosse una opzione.. quindi vagava un po’ a caso in attesa che una qualche idea la folgorasse.
All’improvviso una voce: “Ciao Persefone … anche tu qui?”
Persefone si girò e a cavallo di uno stallone baio c’era Reset, il viandante del vicolo, e lei seppe che quell’incontro non era un caso.
“Ciao Reset, o meglio, dovrei dire Urano! Mi stavi aspettando, vero?”
Urano sorrise “Certo che sì! E’ da quella sera nel vicolo che ti aspetto, ti avevo riconosciuta non appena la confusione dovuta all’incantesimo di stordimento si era dileguata. La tua cura è stata perfetta… sei sempre stata la mia curatrice preferita.” Urano ammiccò “Ma tu non mi avevi riconosciuto e quindi era chiaro che la tua memoria fosse danneggiata”
Urano, Il mago. Urano, il combattente. Urano, Lancia del Drago. Lui era tutte queste cose.. e molto di più.
“Ma cosa ci facevi a Valencia in quella locanda? E come sei finito a faccia in giù nel vicolo?”
Urano si grattò la testa imbarazzato “beh .. in quel vicolo ci son finito perché ho avuto la peggio in un duello fra maghi” ridacchiò “ma a Valencia c’ero arrivato per cercare te”
Urano raccontò che aveva ricevuto la missiva di Gilthanas pochi giorni prima, vagabondava da una città all’altra, con frequenti tappe alle locande, e la sua ricerca ormai durava da anni, ma il magico falco era riuscito a trovarlo ugualmente!
“Avevo sentito voci dalle altre Lance, dicevano che potevi essere a Valencia. Vanadis ti aveva vista dirigerti a nord-est dopo le ultime battaglie e anche Melusine mi disse la stessa cosa. In quella direzione non erano molte le città dove ti saresti potuta fermare. Poi, stranamente, nessuno aveva avuto più tue notizie. Sembravi svanita nel nulla! Ora so perché non ti sei più fatta sentire.. e io che pensavo che non mi volessi più vedere!” Urano abbassò lo sguardo.
“Ma perché non mi hai detto tutto quella sera? Perché non mi hai detto chi ero davvero?”
Urano sospirò “All’inizio ci avevo provato.. ma la situazione era caotica, tu eri stanca e pure imbarazzata e non mi avresti mai dato ascolto, mi avresti dato del pazzo! Puoi negarlo?”
Persefone riflettè, effettivamente aveva ragione, quella sera era stanca oltre misura, indisposta nei suoi confronti e, senza ombra di dubbio, aveva decisamente dubitato della sua sanità mentale!
“Ma lasciarmi andare con quella frase da ‘profezia misteriosa’ e affidarti al caso e alla remota possibilità che io recuperassi la memoria, non ti è sembrato azzardato?”
Urano la guardò con lo sguardo da chi la sapeva lunga “Ma io non stavo lasciando niente al caso! Sapevo già che avresti recuperato la memoria, la pergamena di Gilthanas era magica, così come il falco. Il richiamo del nostro Taru non poteva passare inascoltato, nemmeno da chi ha perso la memoria! La mia ricerca era finalmente finita, dovevo solo pazientare ancora qualche giorno per poterti avere di nuovo al mio fianco”
Urano si avvicinò e prese la mano di Persefone, l’abbracciò e sussurrò “Finalmente…”

Persefone ed Urano si rifocillarono alla piccola locanda del paese e poi si recarono direttamente alla caletta dei contrabbandieri, Urano aveva già preso tutti i contatti del caso, aveva comprato il viaggio per entrambi in direzione del nuovo mondo e inoltre, al capitano non dispiaceva per niente l’idea di avere una curatrice esperta sulla sua nave.
Salparono al levare della prima marea, quando il mare entrò nella caletta, la nave approfittò della sua forza per uscire facilmente e dirigersi verso il mare aperto.
Persefone si affacciò sulla balaustra e guardò la terraferma, il villaggio di pescatori rimpiccioliva lentamente e il panorama sulla sua vecchia vita era sempre più piccolo e lontano.
La giornata giunse al termine e il sole tramontò sul mare tingendo il cielo di rosa e giallo, Persefone e Urano si ritirarono in cabina per rilassarsi e riposare.
Nel cuore della notte la nave ondeggiò violentemente ed un boato improvviso destò tutto l’equipaggio. Persefone e Urano si precipitarono fuori dalla cabina e corsero sul ponte.
Era scoppiata una tremenda tempesta, dall'aria decisamente sovrannaturale. Accadde tutto troppo velocemente.
La nave era preda delle enormi onde, era in balia dei venti e del mare, gli enormi sforzi del capitano per tentare di governarla erano inutili. All’improvviso comparve fra le onde un enorme pilastro di roccia, troppo vicino per sperare di evitarlo… l’impatto fu disastroso, la nave sembrò esplodere in mille pezzi.
Urano e Persefone finirono in acqua.. le correnti si impossessarono di loro.

… e il naufragar m’è dolce in questo mare …

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Il passato è storia... il futuro è mistero... ma oggi è un Dono!
... per questo si chiama Presente!
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Ixias

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MessaggioTitolo: Re: LORE PRINCIPALE - L'ISOLA DI AETERNUM   LORE PRINCIPALE - L'ISOLA DI AETERNUM EmptyLun 27 Set - 21:56

LORE PRINCIPALE - L'ISOLA DI AETERNUM Mercan11

Era una notte senza luna, al di fuori del piccolo oblò si vedeva a malapena l'orizzonte dividere il cielo scuro dal mare nero e freddo. Il grosso mercantile avanzava placido nell’oscurità, il rombo sommesso delle onde veniva cadenzato dal beccheggio della pesante imbarcazione.
Nel silenzio della stanza, l’uomo seduto alla scrivania udiva provenire dagli altri ponti gli schiamazzi dei marinai, risate e rumori osceni, battibecchi e racconti da spacconi su prostitute di porto. Dei bambini ridevano e correvano, mentre le madri disperate li inseguivano per le stanze chiamandoli senza grande successo. La nave trasportava merci e provviste, famiglie di coloni e avventurieri che avrebbero raggiunto i porti della costa principale dai quali sarebbero infine partiti per Aeternum. La promessa di infinte risorse e potere portava intere popolazioni a lasciare tutto in cerca di fortuna e di un nuovo inizio nelle compagnie.
L’uomo con il capo coperto guardava i vetri rotti del piccolo specchio appoggiato sulla scrivania,  ivi era riflessa un’immagine dall’aria mesta e rancorosa. Una lunga, profonda, cicatrice solcava la parte sinistra del viso fino a sfiorare l'occhio, azzurro e freddo come il cielo delle terre del nord. Un’ombra scura, rapida e fugace correva sulla sua pelle, come un serpente o un ragno che striscia in cerca della preda.
L'uomo si coprì parte del viso con la mano, la superficie cicatrizzata si presentava ruvida sotto i polpastrelli, e prese a leggere per l'ennesima volta la lettera appoggiata davanti a sé.

“ Caro Ixias,

il conclave ha fatto il possibile per trovare una soluzione al tuo problema, ma quello che è in nostro potere non è sufficiente a rompere la maledizione che ti affligge. Gli antichi testi citano un rituale, un rito di purificazione che richiederebbe un grande sacrificio e una risorsa dalle possibilità infinite. Riteniamo che essa sia l’Azoth, una fonte di potere illimitato in grado persino  di portare in vita i defunti.
Dovrai dirigerti sull'isola di Aeternum ed ottenere dell'Azoth, studiarne le proprietà e i segreti e forse un giorno avrai tu stesso la cura per il tuo male.

Mi duole darti queste cattive notizie, in quanto sei tra i più cari dei miei allievi, ma la lama che ti ha ferito ha bloccato il tuo accesso alla sorgente del nostro potere. Dovrai faticare per cercare di recuperarlo e non ti assicuro che sarà possibile del tutto, nemmeno grazie all’Azoth.
Ti auguro ogni fortuna e te ne servirà parecchia in quel posto maledetto. Ho sentito storie e avuto visioni di creature orrende e malvagie sopra ogni cosa. Non lasciarti ingannare dalle storie di salvezza e benessere per tutti, in quel luogo sperduto regnano la violenza e la lotta per la sopravvivenza. Ancora prima degli uomini della nostra epoca, altri sono giunti sulle sue spiagge e non sono tornati. Fa attenzione, te ne prego!

Cerca aiuto, cerca avventurieri che possano sostenerti nel tuo intento e sii per loro quello che sei stato per noi: un compagno leale e fiero, un guardiano e un punto saldo su cui contare.

C'è un'altra cosa, caro amico, se dovesse passare troppo tempo la tua mente, già confusa, potrebbe perdere ulteriormente lucidità e potresti essere ridotto alla pazzia. E’ fondamentale che tu non perda mai te stesso e non ceda all’oscurità che ti sta divorando.

La magia non ti abbandonerà mai, ricordalo nel momento più oscuro, ricorda che la magia lega tutti gli esseri viventi e da essa puoi estrarre la forza per vivere e resistere, anche se ora ti risulta difficile farlo.

Addio Ixias, che Stratos soffi sempre a tuo favore.

~ Stellos, Grande Saggio di Argentrock ~ “



"Maledizione" pensò l'uomo. Si alzò lentamente, con fatica e si sdraiò sul letto, duro e scomodo, troppo corto anche per un uomo di statura normale.
Soffiò leggermente sul palmo della mano e un lieve nevischio si levò in volo, ma nulla di più. Il suo potere era ancora lì, integro, ma avrebbe dovuto ricominciare da capo, dagli incantesimi minori, prima di recuperare la maestria del controllo delle nevi.
Chiuse gli occhi e percepì il legno sotto di sè scricchiolare, i topi correre e rosicchiare, le onde bagnare di schiuma la chiglia. Infine si addormentò.

Era in piedi in una grande sala gremita di persone. La luce della luna entrava da grandi aperture del soffitto e veniva riflessa sulle colonne candide ai lati della navata centrale.
Delicato nella forma e decorato con preziosi ghirigori di avorio ed oricalco, vi era un trono al fondo della sala sul quale vi era seduta con grazia e leggerezza una figura femminile. I capelli neri della donna erano raccolti in una lunga treccia che scendeva lungo un fianco fino al petto e gli occhi chiari come uno specchio d’acqua guardavano con gioia e amore la fila di persone davanti a sé.
Nessuno parlava, ma a turno tutti portavano una spiga di grano o un seme, riponendolo con cura in un grande cesto posto alla base del trono.

Stava avvenendo il sacro Rito della Semina e la Regina di Argentrock dava la propria benedizione ai suoi sudditi affinchè le messi crescessero forti e sane nell’anno a seguire.
Stellos era a fianco della regina, appoggiato ad un bastone della sua stessa altezza e osservava con occhi vigili la folla.
L’anziano mago fece un rapido gesto con la mano e alcuni Maghi della Guardia, tra i quali Ixias, che inziarono ad avanzare verso un gruppetto di persone che era stato in disparte fino a quel momento.

Ora si trovava a terra, lampi azzurri volavano per la stanza. Dove prima vi era quiete e silenzio ora era caos e urla, persone che correvano e altre che cadevano a terra.
Sentiva il suo volto sanguinare, caldo, la persona che l’aveva aggredito a giaceva a terra con un ghigno malvagio scolpito sulla sua maschera di metallo.

Confusione. Chi erano questi sconosciuti, che cosa volevano?
Rabbia. Dentro di sè, inspiegabile, sconosciuta.
Calore. Fuoco.


LORE PRINCIPALE - L'ISOLA DI AETERNUM Ixias10

Ixias si svegliò, dolorante e senza sentirsi realmente riposato. Si toccò il viso con la mano e si coprì in fretta con il cappuccio. Sentiva la bocca fargli male, aveva digrignato i denti durante il sonno ed ora era indolenzito.
Quel sogno era la realtà, Stellos lo aveva salvato o forse era stato qualcuno dei suoi compagni. L’attacco scellerato li aveva colpiti di sorpresa e lui era stato ferito ed atterrato senza che potesse fare nulla. Erano stati feroci gli aggressori, spinti da una smania e un odio irrazionali.
Aveva già visto quelle maschere, ma mai si erano spinti così a fondo in territori nemici.
Quelle maschere, le avrebbe trovate su Aeternum, pronte a finire il lavoro.


Era giorno, il sole splendeva con forza e il vento soffiava fresco sulla pelle. I gabbiani volavano in lunghi cerchi sulle teste delle persone operose a terra.
Il mercantile era fermo nel porto, molti passeggeri erano già per le strade della cittadina e il chiasso era totale.
Ixias salutò con un gesto il capitano della nave che non lo degnò di uno sguardo e continuò come nulla fosse a dare ordini ai suoi sottoposti. Facendo spallucce l’uomo incappucciato scese a terra e tirò fuori un biglietto da una tasca del mantello.

“Ciao Ixi,

accetta un consiglio da tuo zio.
C’e’ un uomo chiamato Gilthanas, un elfo credo, che guida un gruppo di combattenti le cui gesta sono leggendarie.
Non so dove si trovi, ma so che sta andando ad Aeternum. Non conosco le sue motivazioni ne i suoi metodi, ma se quello che ho sentito è vero anche solo metà, lui potrà aiutarti. Tua madre, la mia sorellina, mi ha spesso parlato delle Lance e di come le loro avventure siano scritte in libri custoditi nella grande biblioteca del Tempio del Sapere.
Fidati di me, cerca il suo consiglio e il suo aiuto.

Ti voglio bene,

Zio Thyramus”


Chi era questo Gilthanas e che senso aveva andare a cercare qualcuno di cui si leggeva dentro dei libri di storie per bambini? Anche Stellos aveva manifestato dei dubbi sulla sua esistenza, eppure non negava che fosse possibile.
La priorità in quel momento gli fu ricordata dalla sua pancia ed era ora di pranzare e cercare informazioni per un passaggio verso l’Isola, quindi smise di rimuginare e si avviò verso la piazza dove i mercanti stavano esponendo le merci e i negozi profumavano di spezie e di vettovaglie. Scoprì suo malgrado che i prezzi nelle grandi città erano ben diversi da quelli a cui era abituato e i modi della gente sicuramente più volgari.
Una donna grassa dietro il bancone della locanda, “Il Mastino Annoiato”, lanciò un’occhiataccia ad Ixias quando egli entrò con fatica nella sala da pranzo. Sdraiata al centro della sala, grassa quanto la padrona di casa, la grande bestia che dava il nome alla locanda intratteneva i clienti con degli sbadigli mostrando l’interno di una bocca enorme. Lo sguardo del cane però, a differenza della padrona, era amichevole.

LORE PRINCIPALE - L'ISOLA DI AETERNUM Mastin10

La donna squadrò con sospetto la persona che si era presentata davanti a lei.
“Di un po’ ragazzo, non sarai mica uno di quelli che va cercando guai in questi strani tempi in cui viviamo? Hai un viso pallido, non mi piace.”
“Cerco solo cibo ed informazioni su come andare ad Aeternum.” Sussurrò Ixias, le parole non venivano pronunciate con facilità e muovere la bocca per parlare spostava la cicatrice sul viso provocandogli un dolore sordo.
La donna sbuffò, sporcandosi il mento di saliva per sbaglio, e mentre si puliva la faccia con una mano sparì in cucina con una destrezza insolita per una donna della sua stazza uscendone poco dopo con piatto di carne e patate il cui profumo invadeva le narici e rincuorava lo spirito.
Il posto non era pulito, gli avventori seduti ai grossi tavoli polverosi si guardavano tra loro con sospetto e riservatezza, però il cibo era ottimo e da fuori la splendida giornata invadeva con insistenza la sala da pranzo alleggerendo lo spirito e migliorando l’umore.
Il cane al centro della sala cambiò posizione, esponendo il largo fianco al sole per scaldarsi la pancia. Dopo aver mangiato Ixias si fermò a grattare la testa del bestione e Camille, la corpulenta locandiera, rispose alle sue domande. Sciogliere la lingua dell’oste richiese qualche pezzo d’oro extra, ma il mago riuscì a scoprire che la prossima nave a partire per Aeternum era ormeggiata poco distante da dove si trovava in quel momento e che si sarebbe dovuto affrettare per assicurarsi un posto a bordo.
Ringraziata la possente signora e fatto un’ultima carezza al cane, Ixias corse fuori e si affrettò a raggiungere la “Umbra Maris”, nome che in quel momento gli dava un brutto presagio.

Il natante era una caravella, slanciata come un felino predatore e leggera sull’acqua, ben diversa dal lento e massiccio mercantile sul quale Ixias era giunto al porto.
Il ponte di coperta vibrava di vita e trambusto mentre i marinai preparavano provviste e attrezzature per il viaggio. Tra le altre cose spiccava un piccolo cannone che a poco sarebbe servito in uno scontro reale contro un’imbarcazione pirata, ma offriva alla gente che stava salendo sulla passerella una parvenza di bellicosità e sicurezza.
Il capitano, un uomo basso e brutto, accolse con un gesto amichevole il mago a bordo. I marinai si fermarono una manciata di secondi ad osservare il nuovo venuto, poi tra imprecazioni e sputi a terra tornarono alle loro faccende.
“Mio Lord.” - iniziò il capitano aprendo le braccia - “ stai lasciando un inferno per infilarti in un altro? Che brutto aspetto che hai Mio Lord, sei inseguito da un fantasma?” La battuta oltre a non far ridere altri se non il capitano, fu accompagnata da una generosa dose di fragorose pacche sulla spalla di Ixias che vacillò sotto l’effetto dei colpi.
“Devo recarmi ad Aeternum quanto prima possibile, mastro Capitano. Mi hanno detto che la ‘Umbra Maris’ è la nave più veloce della baia e che ha già affrontato il viaggio più volte.” Disse il mago massaggiandosi la spalla.
“Beh, sicuramente la mia Nave è la migliore, ma, Mio Lord, è la prima volta che affrontiamo il viaggio. Da quanto ho saputo sono poche o forse nessuna le navi che siano tornate indietro, sicuramente c’è così tanto oro ad Aeternum che nessuno vuole più tornare indietro!” il capitano completò la frase con un suono osceno e un lampo di cupidigia negli occhi, infine dopo aver ricevuto il pagamento anticipato in monete d’oro lanciò un’imprecazione e smise immediatamente di prestare attenzione ad Ixias.
L’uomo incappucciato fu grato di non essere più al centro degli sguardi di quella gente e si affrettò a prendere posto nella stanza a lui riservata.
La nave non era grande e la stanza era molto più piccola di quella del mercantile, ma il suo interno era più curato e i mobili di buona fattura. Oltre a lui c’erano pochi altri passeggeri, un paio di avventurieri, tre famiglie e i marinai dell’equipaggio.
Ixias dopo essersi spogliato dagli abiti da viaggio si sdraiò sul letto, era di nuovo esausto. La ferita pulsava sul viso e l’ombra aveva ripreso a camminargli sulla pelle.
“E’ la corruzione Ixias” gli aveva spiegato Stellos quando era andato a trovarlo nella grande ‘Sala della Cura e della Benedizione’ di Argentrock. “La lama che ti ha ferito oltre a straziarti la carne ha ferito l’anima. L’ombra che vedi e senti su di te è il male che stai lottando per tenerla al di fuori. Copri questo male agli occhi degli amici e dei nemici, perché non è di questo mondo ed è di grande turbamento.”

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Nonostante fosse ancora giorno il mago si addormentò in fretta come la notte precedente, sapendo che probabilmente ad Aeternum non avrebbe più avuto il lusso di un letto caldo ed asciutto.
Mentre prendeva sonno in testa risuonavano delle parole, dei sussurri allarmati o delle grida confuse, come un avvertimento.
Nel sonno sentì Stellos parlargli e suo zio Thyramus chiamarlo finchè entrambi pronunciarono un nome ad alta voce “Gilthanas”.
Il sogno cambiò, nel petto sentiva il cuore battere all’impazzata, mentre era nella grande sala del trono, ma questa volta non era durante il Rito della Semina e non vi erano le persone. La Regina di Argentrock, la semi divinità che aveva giurato di proteggere con la vita, giaceva a terra sul punto di morire per delle ferite invisibili nel sogno sfocato e gli stava urlando delle parole mentre alzava una mano. “Attento! Attento!”

“Svegliati!”

Acqua ghiacciata e salata gli entrò crudelmente nei polmoni e la stanza fu invasa da un torrente di acqua marina proveniente dal corridoio. Tossendo dolorosamente il mago si alzò di soprassalto e scese dal letto trovandosi con l’acqua alla vita. Non c’era tempo di prendere qualcosa e arrancando raggiunse l’uscita della stanza.
Galleggiavano dei cadaveri aldilà della porta, riconobbe alcuni volti dei passeggeri che si erano imbarcati con lui e inorridì quando vide dei bambini fissarlo con occhi vacui e vitrei.
Sul ponte di coperta urla e suoni terribili facevano ghiacciare ancor di più il sangue nelle vene, come se non fosse stata sufficiente la temperatura dell’acqua che ad ogni secondo saliva di qualche centimetro.
La nave stava affondando tra le fiamme. Il mago cominciò ad avvertire il panico, era sveglio del tutto adesso e cosciente di essere in pericolo di vita. Cercò di raggiungere la scala di legno per andare sul ponte principale della nave, ma fu troppo lento e una trave si ruppe di botto e gli sbarrò la strada.
Era in trappola, stava per morire. Disperato Ixias si guardò attorno, ma non riusciva a pensare, la ferita gli faceva male, l’ombra lo divorava. “Stellos!” gridò Ixias prima di venire sommerso dall’oceano che aveva ormai preso possesso di tutti gli spazi e di tutte le vite a bordo.
Era buio e freddo e silenzioso. Chiuse gli occhi sicuro di non riaprirli più.
Una voce lontanissima, di donna, gli giunse all’orecchio e mentre l’acqua si impadroniva del suo corpo tra dolori lancinanti e i suoi occhi si sbarravano privi di espressione, riconobbe ancora la pronuncia di un nome: “Gilthanas”.

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La sabbia era fredda e ruvida, i capelli cadevano sul viso e gli ferivano gli occhi già arrossati e doloranti per il sale. Il fianco della “Umbra Maris” era squarciato e abbandonato sulla spiaggia, circondato da fiamme della pece incendiata e dai corpi delle persone che avevano perso la vita durante il naufragio.
C’era qualcosa di anomalo, di sovrannaturale, in quella scena da fine del mondo. Lampi blu e rossi circondavano gli esseri viventi, non solamente le persone, ma anche gli animali. Ixias stesso vide affievolire in breve tempo dei bagliori azzurri provenire dal suo corpo, mentre con lentezza e dolore si metteva a sedere.
La confusione era totale e mentre si guardava attorno sperso, vide un uomo venirgli in contro con passo deciso.
Era davvero un uomo? Le fattezze erano simili, ma le movenze non lo ingannavano, quella grazia e leggerezza appartenevano ad un elfo. Aveva il capo coperto, le orecchie nascoste dal tessuto, ma Ixias aveva avuto spesso a che fare con le popolazioni magiche confinanti la sua terra natale e quel trucco non lo avrebbe ingannato. Dietro di lui vi erano altre figure che non riusciva a mettere bene a fuoco nel fumo delle fiamme, ma riconobbe che erano armate e pericolose.
Cercò di mettersi in guardia, certo di venire attaccato dallo sconosciuto che probabilmente avrebbe voluto ucciderlo e rubargli qualsiasi cosa di valore potesse avere addosso. In quel nuovo mondo la violenza e il sopruso erano la legge, Aeternum lo avrebbe quindi ghermito tra i suoi artigli e anche se per qualche sconosciuto motivo non era ancora morto lo sarebbe stato a breve.


Ixias sollevò una mano come per lanciare un incantesimo, ma senza riuscirci. Lo sconosciuto tese la mano a sua volta, ma invece di folgorarlo o di colpirlo con un’arma, prese la sua mano con forza e lo aiutò a mettersi in piedi.
L’elfo fece un mezzo sorriso mentre il mago lo guardava confuso, sconvolto e pieno di paura.
“Hai fatto un lungo viaggio, ma è solo l’inizio. Andiamo via di qui, non è sicuro.”
Mentre lo sconosciuto si passava un braccio attorno al collo e cingeva il suo alla vita del ferito per aiutarlo a camminare, il mago si schiarì la voce e con un filo di voce disse: “Mi chiamo Ixias, chi sei tu? Perchè mi stai aiutando?”
“Lieto di conoscerti Ixias, seppur in queste circostanze infauste. Il mio nome è Gilthanas e avrò bisogno anche di te. Avrai le risposte alle tue domande, stanne certo, ma ora devi solo fidarti di me. Andrà tutto bene.”
L’ombra sulla pelle del mago sembrò farsi più piccola ed Ixias, stanco e grato, sorrise.
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Saint

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MessaggioTitolo: Re: LORE PRINCIPALE - L'ISOLA DI AETERNUM   LORE PRINCIPALE - L'ISOLA DI AETERNUM EmptyLun 27 Set - 23:06

Oscurità e luce, luce e oscurità… il cammino intrapreso non è sempre quello voluto e spesso il tempo diventa l’unico oggetto di redenzione che ci resta… La strada intrapresa porta il cavaliere in tanti posti… lui stanco, pesante, ma vigile e pronto a spronare il suo destriero quando un barlume di luce per quanto fioca riesce a dare luminosità a quegli occhi ancora chiusi… E’ difficile alzare la lama a volte ma forse è la lama che trascina il cavaliere… lo trascina lungo quei sentieri color cremisi dove la sua armatura scura di un viola ultraterreno sembra irradiare la luce della luna, unica compagna in questo viaggio di morte…  Ogni vita spezzata in passato ha lasciato una profonda cicatrice… Mercenario degli inferi lo chiamavano, il senza bandiera lo schernivano ma sempre il suo nome sottovoce veniva sospirato… lo Specter errante cha da villaggio a villaggio, da guerra a guerra prestava i propri servigi a chi lo ripagava… La spada fendeva qualunque cosa, carne, anima, vita e morte lo Specter guardava tutti dall’alto in basso e si ergeva fin dove la lama scarlatta poteva toccare. Risuonano ancora i corni degli eserciti che si ergevano contro di lui e lui soltanto… amici? Mai! Una bandiera? Non farmi ridere! L’amore? Non esiste! E via i fendenti che squarciavano l’aria creando un suono simile ad un ciclone che tutto distruggeva.
Alla fine di ogni battaglia tutto quello che restava era un tanfo di morte che nessun fiume avrebbe mai potuto lavare…finchè una notte mentre cavalcava alla ricerca di una nuova guerra da vincere incontrò un lupo bianco ferito.
-Fermo re nero hai visto quel lupo? Non ne ho mai visti di bianchi!
Il cavaliere preso da uno strano e sconosciuto senso di altruismo si avvicinò al lupo che spaventato cercava invano di scappare ma le zampe ferite gli permettevano solo di rotolare verso la tana di un tasso scavata in un albero.
-tranquillo lupo questa notte sei l’unico essere di questo mondo che non deve temermi, l’unico essere che sarà toccato dalle mie mani per vivere e non per morire… resta fermo mentre ti medico… sai sono bravo, le mie ferite le curo solo io e ormai ho imparato…
Il lupo tremolante guardava, i suoi grandi occhi neri illuminati dalla luna riflettono il  viso del cavaliere che specchiandosi in essi era come se si guardasse per la prima volta.
-ecco fatto le ferite sono fasciate e puoi gia camminare, ora devo andare, una battaglia mi attende non ricordo da quale parte combatto ma mi hanno pagato bene e questo basta
Il cavaliere risalì sul suo destriero
- Va Re nero corri l’alba è vicina e i nostri nemici non devono vederci arrivare
Un forte strattone diede la carica alla partenza ma mentre gli alberi correvano via a destra e sinistra una vecchia sensazione si stava facendo strada nell’animo del cavaliere…
- Cosa sarà mai? Ho quasi voglia di fermarmi
Pensava tra se e se
- Basta sciocchezze, su Re nero sento le grida della battaglia
Il cavaliere sguainò la spada e corse contro il guerriero più grosso che si ergeva all’orizzonte e con un fendente al collo gli tranciò la testa che rotolò verso i suoi compagni che indietreggiarono.
Un solo gridò si sentì…
-E’ lo Specter!! Presto ritiriamoci!!!
Ma una voce tuonò dal castello assediato del monarca, una voce cavernosa e inumana
- Fermi!! Restate ai vostri posti il castello è gia nostro e a lui ci penso IOOOO!!!
Un’ ombra nera coprì le stelle del cielo e la stessa luna che a stento illuminava il campo di battaglia venne ingoiata. Un globo oscuro investì in pieno il cavaliere disarcionandolo, un alberò fermo il suo volo incrinando l’armatura viola che mai nessuno aveva sfiorato.
Il cavaliere aprì gli occhi e si tolse l’elmo malconcio e lo vide, un enorme guerriero senza testa con una lunga alabarda in mano che cominciò a roteare
- Devo alzarmi o mi ucciderà, non è umano, su gambe alzatemi, su braccia datemi ancora una volta il vostro sostegno
Ma ne gambe ne braccia risposero all’appello, ormai la fine era vicina, la tanto agognata morte stava catturando il cavaliere, lo stava cullando finchè con un sorriso gli occhi si chiusero e il petto si gonfiò, il cuore mai usato era pronto per essere trafitto
- È la fine? Possibile?
Pensava il cavaliere
- Prendimi morte, troppo a lungo ti ho servito, ora finalmente riposerò…
- Non ancora cavaliere! E non così!
Sussurrò una voce femminile e un lampo bianco piombò sul guerriero senza testa, ruppe l’alabarda con le zanne e con gli artigli scavò un profondo pozzo nel petto di quell’essere…
- Allora cavaliere? Le tue braccia e le tue gambe ora sono al loro posto! Su alzati! Non permetterò che oggi tu muoia, una sola buona azione non basta a darti riposo ma dovrai compierne altre  prima della fine
Un lungo ululato svegliò il cavaliere che si rimise in piedi, ormai l’armatura era a pezzi e si sgretolò e davanti a lui si ergeva fiero il lupo bianco
- Hei io sono una lei, mi chiamo Yuki e non sono qui per salvarti ma per ridarti ciò che hai smarrito
- Cosa ho smarrito?
- La tua anima cavaliere, ti è stata portata via insieme ai tuoi ricordi… quelli prima o poi torneranno per ora accontentati di questo
Dalla bocca della lupa un nuovo ululato scaturì, volò via, attraversò i boschi e le montagne, volò sopra i laghi e i fiumi, sfiorò i fiori e le foglie e infine dopo aver toccato il cielo tornò dal cavaliere ridandogli quel sospiro che mancava ai suoi polmoni… si guardò le mani senza armatura per la prima volta…
-chi sei tu?
- sei tonto? Te l’ho detto sono Yuki. Ma basta blaterare prendi la tua spada, questa volta il nemico è quello giusto e devi affrontarlo. In quel castello vive un antico re, l’ultimo dei re buoni è stato lui ad assoldarti sotto mio consiglio, su fai il tuo lavoro Saint!
-Saint? Si ora ricordo era questo il mio nome….
Il cavaliere prese la sua spada e cominciò a correre verso il castello, si sentiva leggero senza armatura e stranamente sereno pur sapendo che la morte lo attendeva.
La lupa correva al suo fianco
- Su cavaliere sali in groppa oltre che tonto sei anche lento
Il cavaliere si aggrappò alla lupa che con un balzo cominciò a volare atterrando sulla torre più alta. Il cavaliere vide un’ ombra nera nel piazzale del castello, all’improvviso il grosso portone venne distrutto e l’esercito si fiondò nel castello
-Saint non c’è più tempo ora devi scegliere se salvare l’ultimo re buono di queste terre o fuggire e continuare a combattere senza un cuore
Il cavaliere si toccò il petto, il cuore batteva calmo e sereno non ricordava quella sensazione ma era piacevole e il calore della lupa lo avvolgeva quasi a proteggerlo
-Saint non sei solo non lo sarai mai più…
- Si, andiamo sono pronto dimmi cosa devo fare e lo farò
- Devi rinunciare alla cosa più cara che hai…. La tua forza! Devi sacrificarla e combattere senza combattere…
-Cosa dici lupa? Come si può combattere senza combattere?
L’ombra all’improvviso prese la forma di uno spettro con due braccia e due gambe, materializzò in una mano una lancia.
-Portate qui il re e i suoi figli che siano trucidati
Ormai il castello era senza difese e i soldati morti, lo spettro ergeva la sua lancia sul re e i suoi figli
- Vi prego lasciate andare i miei figli e il mio popolo, prendete me, prendete le ricchezze, il castello ma non le loro vite.
Lo spettro non curante di quella preghiera scagliò la lancia verso il re radunato con la sua prole ed ecco accadere un qualcosa su cui nessuno avrebbe mai scommesso, la stessa Yuki sembrava incredula… Un corpo umano si era lanciato dalla torre più alta e aveva la lancia stretta tra le mani. La lancia a causa della presa mancò il bersaglio e dopo un lungo giro al di sopra del castello riprese la sua corsa verso il re.
Il cavaliere cercava in tutti i modi di bloccarla ma non era un’arma normale, sembrava avere una vita propria e il suo scopo era uccidere…
-Combattere senza combattere… quella stupida lupa…
Il cavaliere con uno sforzo immane si spostò sulla punta, appoggiò il petto su quel ferro nero che bucava l’aria e con un sorriso lasciò la presa facendosi colpire in pieno. La lancia intrisa di sangue cambiò direzione e cominciò a vorticare senza controllo.
- Sono ancora vivo? Allora resta solo una cosa da fare
Il cavaliere con tutta la forza rimasta facendo leva sulla lancia cominciò a modificare la sua traiettoria
-Spettro ora tocca a teeeee!
-Non è possibile, non puoi farlooooo!!!!!
La lancia conficcata ancora nel petto del cavaliere colpì in pieno lo spettro, un boato attraversò il cielo mentre il sole sorgeva eppure tutto si fece buio….

-Cosa è questo rumore??? E questo odore???
Il cavaliere aprì gli occhi quasi come se vedesse per la prima volta... il mare gli accarezzava le gambe e la sabbia lo sosteneva per non farlo cadere nel buio…
-ma sono bagnato? Ma dove sono?
Cominciò a trascinarsi sulla sabbia fredda, circondato da galeoni naufragati, all’improvviso un fendente gli sfiorò il viso, poi un altro e un altro ancora
- Ma cosa è quell’essere?
Il cavaliere rotolava cercando di evitare gli affondi e trovò una spada tra la sabbia e il mare e la strinse tra le mani…
-come è pesante questa piccola spada
Il cavaliere si alzò evitò un altro fendente per un pelo e colpì il nemico atterrandolo
-ma non è un uomo, sembra un non morto… ma dove sono finito? E dov’è quella stupida lupa?
Cominciò ad avanzare tra la sabbia e il mare, camminava a fatica e non sentiva più la forza di un tempo…
-devo trovare un riparo, un fuoco, ora ricordo.. combattere senza combattere… quella lupa mi ha giocato… ma mi sento vivo… finalmente mi sento vivo e prima o poi ricorderò altro oltre il mio nome… Yuki spero di incontrarti ancora… ma ora cosa farò? So solo combattere ma stavolta sarà diverso…
Il cavaliere trovò un fuoco, c’erano altre persone infreddolite, forse un naufragio… poi delle grida
- Scappate i non morti sono guidati da un demone di fuoco
Tutti si diedero alla fuga tranne un gruppetto di persone…
-Lance!!! Seguitemiiii per l’onore e la giustiziaaaaa!!! DragonLances!!!!
Quel piccolo esercito guidato da un cavaliere armato solo con una lancia si fiondò sui non morti difendendo e aiutando tutti.
-Bhe sono dei folli… ma in fondo lo sono anche io…
Il cavaliere si alzò, raccolse una spada e uno scudo e li seguì… non aveva bisogno di sapere altro e mentre correva sentiva risuonare la risata di Yuki… la lupa bianca….
- Hi Hi Hi Hi……


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MessaggioTitolo: Re: LORE PRINCIPALE - L'ISOLA DI AETERNUM   LORE PRINCIPALE - L'ISOLA DI AETERNUM EmptyMar 28 Set - 14:28

Melusine passò le dita tra i capelli, spingendoli dietro l’orecchio come era solita fare quando nervosa.

Era notte e la luna rischiarava ciò che fuori la locanda la giovane poteva intravedere. Avvolta in uno scialle chiaro si era lasciata conquistare dai pensieri e dalle riflessioni per sedersi sul davanzale della finestra e attendere l’alba.
Come ogni notte i flash del naufragio della sua nave conquistavano i suoi sogni e la facevano sprofondare negli incubi più tumultuosi.
Sospirò gentile verso il vetro lasciando che l’alone di vapore si disperdesse lasciandole il campo di vista libero. Gli occhi, infatti, facevano incetta di tutto ciò che poteva vedere: alberi, cespugli mossi da animali, la vita di campagna che comincia e finisce in quelle ore.
Aveva bisogno del silenzio per disperdere le urla che affollavano la sua testa.
Il suono acuto della gola delle donne, le grida degli uomini che morivano dentro le onde del mare.
Ancora sulle labbra poteva sentire il sapore del sale se desiderava.

E poi quegli occhi.
Quelli dei non morti sulla riva, mentre tentava disperatamente di salvare i pochi sopravvissuti del naufragio.
Vuoti, cadaverici, che sapevano entrarle nell’anima e scavare nelle più profonde paure.

Sfiorò con le dita lo scialle, sotto al quale ancora una benda le ricordava quell’incontro così anormale. Aveva compreso subito che quello che rantolava di fronte a lei non era un essere naturale, che la sua morte - o non morte - derivasse da qualcosa di eccezionale.
Azoth, lo chiamavano, così potente e così letale.
Aveva sgranato gli occhi, imbracciato per istinto quella che era una spada più grande di lei facendo fede a ciò che l’istinto le diceva di fare.

La mente le pulsò di ricordi costringendola a chiudere gli occhi per qualche attimo per darle ristoro. Tornò alla realtà dopo qualche attimo, rabbrividendo più per i ricordi che per il freddo della notte, volgendo il pensiero a chi era riuscita a salvare quel giorno e a chi desiderava rincontrare.
Di Vanadis non aveva ancora avuto notizia e di Gilthanas ancora non vi era ombra. Lo sconforto la prese nel cuore, gli occhi divennero lucidi per un attimo lasciandole scorgere il baratro della disperazione.
Era sola, lontana da luoghi conosciuti, senza i suoi compagni e il suo Taru.
Continuò a guardare fuori dalla finestra per distrarsi, come se la notte le portasse realmente un beneficio all’animo, per poi osservare le prime luci dell’alba rischiarare il cielo. I colori erano riconducibili al rosso, al dorato, alla luce calda del sole che nasce.
Sorrise appena a quella veduta così nostalgica, tra i capi di grano di Auroria e la casa sull’albero che condivideva con alcune Lance, finché non vide un volatile sfrecciare nel cielo ancora semi dormiente.
Fiero, con le ali spiegate, un falco finiva la sua notte di caccia con una preda tra gli artigli. La maga aprì gli occhi e schiuse le labbra sorpresa: cosa ci faceva un essere simile in quelle terre così fredde?
Il cuore batté un colpo singolo, ma il corpo venne invaso di speranza.
Se un falco poteva vivere in quelle terre, perché lei doveva lasciarsi andare alla disperazione?

Asciugò con la manica gli occhi, fissò l’alba nascere su quel giorno e scese dal davanzale.
Con passo deciso si portò vicino al suo letto dove bastone della vita e armatura erano stati depositati.
Si vestì di tutto punto, controllando le provviste e l’inventario negli zaini, fino a ritrovare la pergamena di Gilthanas.
Sorrise con sfida e ritrovato coraggio a quella visione. Il simbolo del suo Taru le diede forza.

“Quando ti troverò, mio caro, mi dovrai una birra”

La maga spalancò le porte della locanda alle prime luci dell’alba, lasciando che ogni paura rimanesse dietro di sé mentre si incamminava verso le terre di Aeternum alla ricerca del suo Taru.
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